Foglio bianco

Eccomi qua…l’ora è quella della prima serata (quella di una volta, s’intende, non quella di adesso che per me è prossima alla notte fonda)…tanta voglia di scrivere ma il foglio resta vuoto davanti a me e mi sento come svuotato…senza racconti nuovi nella testa (brevi mi raccomando…io sono pigro ma anche chi legge non scherza…) ma con questa voglia matta di comunicare con tutto il mondo contemporaneamente.

Fuori si sente incessante il rumore sordo e rassicurante di un essiccatoio del riso che va a pieno regime giorno e notte per mettere al riparo il prima possibile il sudato raccolto frutto di un anno di lavoro (e qui ondata mentale di racconti ad ambientazione agricola che si leggevano alle elementari…almeno noi della nostra generazione…) mentre la prima timida sottilissima falce di luna crescente incurante di tutto e di tutti è riapparsa ostinatamente nel cielo verso sud.

Avessi un sigaro sotto mano…bè…sarebbe proprio la serata giusta per andare in balcone con due dita di liquore scalda-anima a giocare con cerchi di fumo che si perdono insieme ai pensieri in mille altri pensieri affidati così per un attimo che sembra infinito all’aria della sera quasi che potessero restare sospesi nell’aria traballanti come una scultura di Calder per poi invece fondersi con l’aria stessa e scomparire per sempre. Ma intanto il foglio resta bianco e le idee non arrivano…niente da fare…e più lo guardi e più resta bianco…provi a gironzolare in rete ma niente…finiresti per scopiazzare qualcun altro sperando che nessuno se ne accorga ma in realtà quest’idea non l’hai mai avuta…ci mancherebbe…c’è già troppa gente che copia per soldi…figuriamoci farlo per passione.

Vabbè…che dire…per stasera va così…niente racconti ed il foglio resta bianco…non so cosa farò nelle prossime ore…sicuramente niente televisione che ormai non accendo più da quasi un mese (oggi ho chiesto a mia moglie, volutamente scherzoso: “chissà se si accende ancora…”) … sicuramente ascolterò musica e molto probabilmente leggerò qualcosa che altri più ispirati di me sono riusciti a scrivere magari in una serata di inizio autunno come questa…

La ruota

Emma non riusciva a distogliere lo sguardo dalla ruota panoramica che girava lentamente portando per pochi istanti le persone un pochino più vicino al cielo. Sempre ammaliata, distolse un attimo lo sguardo concentrandosi sulle persone che camminavano lì vicino per poi tornare ad osservare la grande giostra rotante. Finalmente si accorse che doveva riprendere fiato; era infatti da quando l’immagine sul libro aveva preso vita che la bimba stava trattenendo il respiro. Già, perché la scena che lei stava guardando era in realtà la foto di un bel libro grande che era andato a prendere nello studio del papà e che stava sfogliando avidamente totalmente immersa con la fantasia nelle varie finestre sul mondo che si aprivano ad ogni pagina di quel favoloso atlante turistico. Emma non sapeva dove si trovasse la ruota, dopotutto non sapeva ancora leggere…le bastavano le figure…per ora, ma quello che sapeva era che ad un tratto quella foto si era animata e lei si era trovata ad assistere a quella che era una normale scena di vita quotidiana, come se fosse affacciata ad una finestra. Mentre restava lì ammirata a guardare, si accorse che un bambino che passava di lì si fermò incrociando lo sguardo con lei…come se la stesse guardando. Emma istintivamente si ritrasse dal libro ed il bambino dall’altra parte si bloccò strabuzzando gli occhi…ormai ne era sicura…i due si stavano guardando. A chilometri di distanza Matt, con lo stesso stupore, aveva visto prendere vita la foto presente sulla copertina di una rivista di arredamento che il papà di Giada, famoso interior designer di fama internazionale, aveva realizzato proprio nello studio di casa sua…ed ora si era animata con tanto di occupante che continuava a guardare, adesso incuriosita e per niente impaurita, l’altro spettatore di questo incredibile fenomeno. Dopo alcuni secondi che ai due sembrarono interminabili, Emma fece la cosa più naturale del mondo…salutò con la manina; Matt si riscosse come da una trance serrando di colpo la bocca che era rimasta aperta fin dall’inizio e, abbastanza inebetito ma in cuor suo divertito, ricambiò il saluto, cosa questa che fece sì che i due si scambiassero subito dopo un sorriso con tutta la gioia e la serenità che solo i bambini (e pochi adulti) sanno trasmettere. “Matt ? Come on…let’s go…hurry !” Queste le parole che pronunciò il papà di Matt che nel frattempo si era avvicinato, ovviamente senza aver notato la copertina  – da perfetto adulto, e che avevano fatto sobbalzare Matt il quale, dispiaciuto, saluto quasi di nascosto quella bambina apparsa sulla copertina di una rivista per poi allontanarsi nella folla seguendo docile il genitore. Emma non aveva capito cosa avesse detto quel signore che era apparso ma aveva capito che per Matt era ora di andare…ed anche per lei, che chiuse a malincuore quel magico librone che avrebbe riaperto presto per scoprire tanti altri bambini che in altre parti del mondo l’avrebbero incontrata per condividere con lei un sorriso.

Cosa è cambiato ?

L’altra sera, quasi senza accorgermene, mi sono messo a guardare alcuni spezzoni in bianco e nero di Govi (ma avrebbe potuto essere Totò, Eduardo, Macario, ecc) e mi sono sorpreso divertito, inevitabilmente, ma anche molto nostalgico e mi sono chiesto: di cosa sono nostalgico ? Del fatto che ero bambino e spensierato quando i miei genitori me l’hanno fatto conoscere ? Della comicità sana e schietta senza volgarità “di una volta” ? Del fatto che fossero tutti ben vestiti ed educati ? Probabilmente un insieme di tutte queste cose ed allora mi sono domandato “ma cosa è cambiato in 50 anni  ???”. Non è passato così tanto tempo per un cambio a livello genetico stile Darwin né tantomeno sono passate così tante generazioni da “annacquare” certe cose…pur tuttavia qualcosa è sicuramente cambiato…basta guardarsi attorno (per non parlare del palinsesto televisivo, e non ne voglio parlare per forza in senso negativo…i tempi cambiano dopo tutto) per accorgersi di un modo completamente differente di affrontare la vita in tutte le sue sfaccettature, dalle cose più semplici ed apparentemente secondarie fino ad arrivare alle questioni più gravose. Sicuramente i nostri genitori/nonni hanno passato epoche di guerre che non si augurano a nessuno che gli hanno fatto sicuramente alzare l’asticella di quello che possa venir reputato un vero problema rispetto ad una “pinzellacchera” e sicuramente un ruolo importantissimo lo sta avendo l’uso (e soprattutto l’abuso) “sfrenato” della tecnologia oltre ad ogni ragionevole limite…e siamo solo agli inizi…(e chi parla è un informatico dall’inizio degli anni ’80). Potremmo continuare a cercare altri elementi ma alla fine della mia riflessione io credo che la questione veramente cardine sia che cerchiamo sempre all’esterno le motivazioni e le colpe quando basterebbe guardarsi dentro e ricordarci che qualunque (qualunque !) cosa facciamo e che ci capita la scegliamo noi e nessun altro. Allora sicuramente capiremmo tutto e smetteremmo anche di cercare di costruire delle copie di noi stessi per poi finire per colpevolizzarle come facciamo con noi stessi…ma da qui in poi lascio la parola all’inarrivabile Isaac Asimov ed ai suoi robot…più umani degli umani…

L’ultimo tuffo

“Dai mamma per favore, ancora un tuffo…dai…l’ultimo…per favore…” diceva frignando disperato il bambino sul moletto cercando invano di mercanteggiare con la mamma ormai stufa del suo ennesimo ultimo tuffo. “Adesso basta Luigi !” – tuonò implacabile la madre – “è ora di andare via, devo ancora fare tante commissioni e c’è ancora la cena da preparare…vieni via…forza!”. Luigi rimase per un attimo sospeso tra l’estrema ribellione e l’ipotetica scelta della pena nella quale sarebbe sicuramente incorso…decise di cedere a sua madre…almeno per quella volta…ma domani…bè…domani si vedrà.

Il vecchio si riscosse come da uno stato di trance ricominciando a sbattere gli occhi che erano rimasti vitrei e fissi a guardare dall’alto quel moletto dove tanti anni prima  si era trovato più volte a fronteggiare sua madre cercando sempre di mercanteggiare un tuffo in più. Una lacrima di commozione gli scese veloce lunga la guancia provocandogli comunque un sorriso malinconico mentre da quel moletto con la mente tornò al giorno in cui sua mamma prematuramente morì, investita da un pirata della strada rimasto impunito che la falciò sotto i suoi occhi di quindicenne all’uscita dal panettiere in un giorno come tanti. Quel giorno segnò anche l’inizio del calvario di Luigi che per tre anni fu sballottato da un parente ad un altro – il padre se ne era andato anni prima abbandonando lui e sua madre – fino a quando al compimento della maggiore età aveva iniziato a lavorare ed a vivere da solo…e solo era rimasto per tutta la vita…troppo forte e doloroso era il ricordo della vita che aveva dovuto condurre sua madre. Ma adesso aveva preso una decisione…in un caldo pomeriggio di agosto – decisamente molto caldo – si era inerpicato per un vecchio sentierino che portava ad un punto panoramico poco conosciuto ai più da dove si godeva un panorama fantastico e da dove soprattutto si vedeva molto bene il famoso moletto dei suoi giochi estivi infantili. Durante la salita ad un certo punto si era sentito male ed aveva avuto un mezzo mancamento, tant’è che aveva dovuto fermarsi per un po’ seduto su una pietra più o meno all’ombra risicata di un albero vecchio come lui che come lui non voleva arrendersi alla vita. Ma adesso era lì, in piedi, a scrutare ora l’orizzonte ed ora il cielo, lanciando poi ogni tanto uno sguardo al moletto. E poi di colpo si lanciò come per spiccare il volo e per un breve istante ebbe la netta sensazione di potersi librare nell’aria come un gabbiano ispirando la salsedine che arrivava dal mare ma…fu l’impressione di un attimo…un secondo dopo stava precipitando  ma lui era sereno, addirittura sorrideva ed un attimo prima della fine della corsa pensò “Eccomi mamma, adesso ho fatto davvero l’ultimo tuffo e vengo subito da te”.

L’arcobaleno, i ragazzi e la pentola…

Ormai erano passati tre giorni e l’arcobaleno era sempre lì, enorme, perfettamente disegnato nel cielo con i colori vivissimi. Era apparso al tramonto del primo giorno dopo un breve temporale estivo che aveva piacevolmente rinfrescato l’aria torrida di fine luglio e che se ne era andato lasciandosi dietro come ricordo l’arcobaleno. Nessuno fece caso più di tanto alla sua persistenza serale nel cielo anche perché poi si fece buio ma fu al mattino seguente che lo stupore iniziò a dilagare quando le prime luci del giorno illuminarono il grande arco colorato che imperturbabile era rimasto al suo posto.

Durante il giorno la notizia fece rapidamente il giro dei social ed iniziarono ad arrivare curiosi e giornalisti, prima di reti e giornali locali ma poi anche nazionali. Il terzo giorno non si parlava d’altro…si erano ormai scatenati esperti (o presunti tali) di qualsiasi disciplina più o meno nota e si alternavano teorie dalle più scientifiche alle più fantasiose ma tutte accumunate da una totale assenza di conclusioni sensate. Si mobilitarono ovviamente anche i militari che però si limitarono a definire una “no flight zone” in tutto lo spazio aereo interessato dal colorato fenomeno.

E poi c’erano i bambini…felici ed euforici che fantasticavano tra di loro raccontandosi brani di favole aventi tutte come protagonista un arcobaleno. Ovviamente fra tutte dominava quella che voleva esserci un pentolone pieno di monete d’oro dove finisce l’arcobaleno e venne raccontata così tante volte che quattro ragazzini particolarmente coraggiosi decisero di andare a cercarla. Inforcate le bici partirono all’avventura dirigendosi verso quella che decisero essere la fine dell’arcobaleno, cioè quella più vicina…che diamine erano ragazzini, mica stupidi…se non l’avessero trovata lì sarebbero andati a cercarla dall’altra parte ma tanto valeva partire dalla parte a loro più vicina. Ed il bello è che l’oro lo trovarono davvero, anche se non c’era solo oro ma c’erano anche gioielli e denaro, e dal quarto giorno tutti parlarono del ritrovamento del bottino di alcune rapine che non si riusciva a trovare benchè fossero stati catturati i ladri che però si erano rifiutati di dire dove fosse la refurtiva, confidando un domani di riuscire a recuperarla. E non fece neanche notizia più di tanto il fatto che l’arcobaleno, nel momento stesso in cui l’ultimo borsone fu recuperato, sparì portandosi con sé tutte le teorie strampalate raccontate in quei giorni.

Ma i quattro ragazzini, che erano arrivati per primi, avevano trovato un buffo e piccolo berretto verde e qualche quadrifoglio sparsi lì vicino, proprio di fianco ad un piccolo pentolino di rame che conteneva 4 sterline d’oro che ognuno di loro si mise in tasca come ricordo e ringraziamento di questa avventura…gli adulti dicano quello che vogliono…loro quattro sì che ci avevano visto giusto.

Pioggia

Non è certo un caso che esistano tantissimi quadri (impressionisti in primis ma non solo) per non parlare delle migliaia di fotografie raffiguranti scene con la pioggia.

La pioggia è una sorta di miracolo che perpetua quel ciclo dell’acqua studiato a scuola e forse proprio per questo quasi mai percepito come un meraviglioso circolo virtuoso che imbriglia da milioni di anni l’acqua in un giro di giostra senza fine che permette la vita su questo meraviglioso pianeta. Eppure ogni volta che piove ci lamentiamo perché ci bagnamo…ci mettiamo a correre come se così facendo potessimo evitare le gocce…fino poi ad imprecare nei casi irrecuperabili.

Ma quanto è bello stare fermi a sentire la pioggia…il suo rumore…il suo odore ed i profumi che evoca…perdersi nei riflessi che si creano sulle strade notturne delle città illuminate dai lampioni piuttosto che cercare di contare le gocce che cadono in una pozzanghera o provare a seguire con lo sguardo la bollicina che si crea sull’acqua…quanta pace…quanta tranquillità…e come sembrano saperlo mucche e cavalli che quando piove sembrano diventare dei quadri viventi…avete mai visto uno di loro scappare a ripararsi per un po’ di pioggia ?

Aveva proprio ragione Bob Marley quando diceva :” alcune persone sentono la pioggia…altri semplicemente di bagnano…”

Vita

Quante volte mi sono fermato ad osservare ciuffi d’erba, fiori o addirittura piante che hanno deciso di mettere le radici in minuscole fenditure della roccia, di un muro o perfino di gradini trafficati magari a bordo pensilina della metro, riuscendo a vivere e prosperare con “niente”…almeno secondo il nostro modo di vedere.

E guardando questi piccoli miracoli non posso fare a meno che respirare a pieni polmoni l’essenza stessa della vita e pensare a come tante volte non la sappiamo apprezzare per la meravigliosa grandiosità che invece è la vita in sé e per sé…e il naufragar m’è dolce in questo mare…

Turaccioli e nonni

Lui aspettava in silenzio perché sapeva che sarebbe successo…era invitabile. La bottiglia che aveva preso suo nipote era vecchia e si vedeva lontano un miglio che il turacciolo di sughero avrebbe ceduto sotto i primi colpi dell’assalto di quel cavatappi moderno e sproporzionato che li violentava i tappi invece che invitarli ad uscire facendo loro gentilmente girare la testa in un breve abbraccio apparentemente senza fine.

E così fu…il turacciolo si spezzò in parte sbriciolandosi accompagnato dagli improperi del nipote ancora troppo irruente…ed arrivò il suo turno. Senza dire una parola ma con un sorriso carico di esperienza e, perché no, un bel po’ di autocompiacimento, il nonno si alzò, si diresse verso il “suo” cassetto ed estrasse il “suo” cavatappi…vecchio più di lui, del tipo “a T”.

Con gesti misurati e lenti afferrò la bottiglia delicatamente ma nello stesso tempo con fermezza e nello stesso modo iniziò ad inserire lo strumento in quello che restava di quel tappo malandato e renitente.

All’inizio scosse la testa come per dire che non ce l’avrebbe fatta, come faceva sempre per aumentare la tensione del momento, ma poi la vite senza fine prese il giusto giro e poco dopo, estratto quel che rimaneva del povero turacciolo, il vino iniziò a scorrere dapprima nel suo bicchiere, in modo da catturare gli inevitabili residui di sughero, e poi in quello di tutti gli astanti che avevano inconsciamente trattenuto il respiro per tutta la durata dell’operazione, compreso il pro-nipote più piccolo che pensò “che forza il nonno !”.

Ricordi mai esistiti

Gli era sempre piaciuto il lento rollio del vascello alla fonda, quell’eterno lento dondolio accompagnato da rassicuranti e ritmici scricchiolii assecondati dal pigro sciabordio del mare contro la chiglia.

Fissare lo sguardo, poi, sul lento dondolio della lampada appesa al soffitto aveva un effetto quasi ipnotico che gli permetteva da un lato di fermare il turbinio della mente e dall’altro di far scaturire dei meravigliosi quanto inaspettati pensieri. Se a questo si univa il profumo di caffè, rigorosamente di moka, proveniente dalla tazza fumante che aveva in mano (a volte arricchito con un po’ di “spirito”)…bè…allora il nirvana era proprio lì a portata di mano.

E se solo avesse usato quella stessa mano anni fa per compilare ed inviare la richiesta di accesso all’Accademia Navale allora sì che tutti questi ricordi sarebbero reali…

Tempo…

Appartengo ad una generazione che reputo estremamente fortunata…la generazione tanto rimpianta in tanti (forse troppi) post sui social…quelli che iniziano con “Noi che negli anni…” per intenderci. Di tutti quegli oggetti diventati oggi più o meno vintage ne ricordo sempre uno a me molto caro (che ho a casa ovviamente): la clessidra.

Ebbene sì…io sono stato uno di quei bambini che giocava o quanto meno passava il tempo (e mai espressione è stata più azzeccata) con questo misterioso oggetto che con il suo più o meno lungo fluire di una quantità sempre troppo esigua di sabbia scandiva quei pochi minuti di “divertimento”.

Quanto simbolismo in quella sabbia e nel suo breve e nel contempo eterno fluire…quante volte abbiamo visto clessidre di ogni foggia e dimensione scandire il tempo in racconti e fiabe di vario tipo…sempre con la magia legata al fatto che se la si riesce a capovolgere al momento giusto il tempo continua a scorrere almeno ancora per un altro po’ e si riesce a scongiurare un qualche tipo di sciagura. Di fatto fin da bambino con questo apparentemente semplice oggetto (perché proprio semplicissimo non lo è se ci pensate bene, soprattutto quando si tratta di clessidre di precisione che scandiscono un numero esatto di minuti) si è come padroni del tempo per tutte le volte che decido di rigirarla a fine sabbia.

Potreste dirmi che sono esagerato…alla fine è poi solo uno strumento di misura che nelle mani di un bambino diventa qualcos’altro…bè io vi dico invece che secondo me è proprio un qualcos’altro che diventa gioco per far sì che un bambino possa illudersi di dominare il tempo per un tempo più o meno lungo della sua vita…ed ogni volta che le passo vicino ancora oggi non posso fare a meno di capovolgerla e di andarmene per non vederla svuotarsi…

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