E’ primavera

Era di nuovo primavera !

Lui non si stancava mai di ammirare il cambiamento delle stagioni dalla grande vetrata dalla quale si affacciava sempre. Da quel punto di vista privilegiato e silenzioso poteva spiare tutto della natura intorno a lui, dal muto e quasi impercettibile crescere quotidiano di tutte le piante là fuori, ai rapidi movimenti dei vari animaletti di vario tipo che via via si alternavano davanti al vetro (chissà chi studia l’altro ? Si era chiesto tante volte). Ed anche quest’anno lui era lì ad osservare l’esplosione pacifica e meravigliosa che la natura ogni anno faceva accadere, cambiando da un giorno all’altro i colori, la forma delle piante, i profumi, gli odori, tutto ciò che insomma faceva esclamare “è primavera !”. Istintivamente pensò a lei…gli capitava sempre ogniqualvolta si sentiva particolarmente rapito dalla natura là fuori, e più era profondo questo senso quasi di stordimento e più pesante era il macigno della nostalgia che puntualmente gli piombava addosso a fargli pesare ogni volta di più la sua solitudine che ormai durava da tempo…non sapeva (o non voleva sforzarsi di ricordare) neanche più da quanto tempo era rimasto solo a guardare da quella finestra. Gli vennero in mente tutti i bei vestiti che indossavano insieme nei vari mesi dell’anno in accordo con il ritmo delle stagioni, quasi come fossero stati anche loro degli alberi che cambiavano la loro livrea di foglie al procedere del tempo. A quel pensiero, il suo sguardo si focalizzò sul suo riflesso all’interno del vetro e rimase stupito nell’accorgersi che vestiva ancor un ambito che benchè elegante fosse decisamente troppo invernale per la stagione in cui si trova adesso…bisognerà cambiarlo al più presto…ma non subito. Adesso era il momento della nostalgia e della tristezza e non poteva fare altro che restare lì immobile, in piedi, a guardare esplodere la primavera cercando invano nel vetro il riflesso di lei.

L’operaio edile che si trovò a passare lì fuori guardò l’interno della vetrina ormai sporca ed opaca che una volta invece, parecchio tempo fa, invitava i passanti ad entrare in quello che era il più bel negozio di abbigliamento di quel paesello. Venivano anche dalle frazioni vicine, soprattutto in occasione di feste e cerimonie, ad imbambolarsi davanti a quelle vetrine sognando, come moderne Cenerentole, un gran ballo a corte. I più fortunati potevano anche permettersi il lusso di fare acquisti, come era stato per i genitori di quell’operaio che lì avevano acquistato i loro abiti più belli mentre lui bambino, ovviamente, si annoiava a morte a stare ore seduto in angolo a vedere sua mamma continuare a provare, sempre più indecisa, abiti su abiti (anche il papà non era entusiasta di questa situazione ma non lo dava a vedere, con maturata esperienza matrimoniale). 

L’operaio si scosse dai suoi pensieri, afferrò la radiolina portatile e disse “anche di qua è tutto a posto, è tutto vuoto tranne un vecchio manichino ben vestito in vetrina tutto solo soletto…quasi quasi entro e verifico la taglia del bel vestito che ha su…” concluse ridacchiando tra sé e sé. Immediatamente la radiolina gracchiò e si sentì una voce preoccupata che, credendo a quanto affermato dall’operaio, urlò “no no per carità, sta per iniziare la demolizione…” “tranquillo”, rispose subito lui “stavo scherzando”. Idiota ! Pensò ed abbandonò rapidamente la scena voltandosi rapidamente sui tacchi ed allontanandosi proprio mentre, dall’altra parte dello stabile, si iniziavano a sentire i primi colpi delle ruspe che avevano dato il via ai lavori…il solito supermercato super- inutile avrebbe presto preso il posto di quello scrigno magico di sogni dove era rimasto un unico testimone sempre impettito in vetrina.

Anche il manichino avvertì i colpi all’interno della vetrina ma non se ne curò…era primavera dopo tutto…cosa avrebbe potuto capitargli di brutto ?

L’ora del tè

Il sole che entrava di sbieco nella stanza lasciava intuire che anche oggi era stata una bella giornata di fine primavera, benchè un po’ troppo calda, almeno per come la pensava la Sig.ra Adelina la quale, malgrado ampiamente oltre i 70 anni, continuava a patire il caldo…e difatti l’idea dell’estate in arrivo non la rendeva molto allegra. Tuttavia non rinunciava mai al tè delle 5, in perfetto stile inglese, che amava sorseggiare in compagnia di qualche sua amica ma soprattutto di tartine e dolcetti da accompagnare ad una, o più, tazze di quel misterioso infuso che vocava sempre in lei atmosfere a cavallo tra Agatha Christie e Sherlock Holmes, i cui romanzi aveva letto più volte.

E dopotutto il salottino nel quale si svolgeva questo rito rispecchiava proprio l’ambientazione di quei romanzi, compreso il vecchio parquet molto ben tenuto ma sempre scricchiolante, come era normale che fosse.  Un’altra caratteristica che le rendeva estremamente piacevole quell’angolino di quiete era l’odore che si respirava…un misto di piante e fiori (Adelina ne aveva sempre tanti in casi e tutti sempre ben tenuti) che si fondeva con i profumi di tutto ciò che il tavolino imbandito emanava e che permeava l’aria. Perfino il suo profumo e la sua lacca (spruzzata sempre con troppa generosità) non riuscivano ad alterare questa piccola magia olfattiva…ma il suono insistente del campanello di casa ci riuscì…Adelina si scosse come da un sogno mentre la sua amica Guendalina, con uno scatto impensabile per la sua età, le passò davanti e si diresse quasi di corsa verso il citofono.

Quello che successe negli attimi successivi lasciò Adelina attonita ed immobile dove si trovava: pochi istanti dopo che la sua amica aveva risposto al citofono, la porta dell’appartamento si aprì (erano solo al piano rialzato) ed entrarono di corsa tre infermieri con barella e defibrillatore che si diressero, dietro indicazione della mano tremante di Guendalina, ora in lacrime, verso…di lei…ma non lei in piedi bensì lei seduta scomposta in poltrona con gli occhi sbarrati ed il viso contratto in una orribile smorfia. Adelina non riusciva a capacitarsene e rimase ancora più basita quando uno degli infermieri, posando in terra le varie apparecchiature mediche, le passò attraverso. A quel punto per lei tutta la scena si svolse come al rallentatore…sentiva anche le voci rallentate come se provenissero da più lontano. Vide i vari tentativi di rianimazione che stavano facendo alla “sua lei” sdraiata…vide la sua amica sempre più triste…e vide che nello specchio del mobile in sala la sua immagine di “lei in piedi” non c’era…ed allora di colpo capì e la scena si fermò mentre lei pronunciava la frase “ma allora…sono morta…”. E nello stesso istante in cui lei pronunciò quella frase, l’infermiere medico recitò la solita frase “ora del decesso 17:32 – causa: infarto”.

Contemporaneamente una luce abbagliante la avvolse…”accidenti” pensò “non ho neanche fatto a tempo a finire il tè…”.

Caruggi

Non c’era stato un motivo in particolare per il quale fosse entrato in quella piccola osteria…o forse era una vineria…sperduta tra i caruggetti più defilati rispetto a quello principale e trafficato che, con il suo caos che oggi mi risultava insopportabile più del solito, mi aveva gentilmente sospinto sempre più lontano fino ad arrivare davanti a questo piccolo locale, che in realtà non avevo mai notato prima, invitante al punto che vi entrai d’impulso. Una volta all’interno fui subito contento della mia scelta: così come quando si decide di entrare in chiesa in un giorno qualsiasi per chiudersi fuori il caos della città, allo stesso modo provai subito un senso di pace interiore e mi lasciai avviluppare dalla calda atmosfera lievemente profumata di vino e caffè che aleggiava ovunque. Le luci erano basse ma si vedeva quel tanto che bastava per trovare la strada verso un tavolino un po’ defilato, passando di fianco all’inevitabile tavolo di vecchietti che giocavano a carte e ad altri tavoli variamente popolati. Avevo appena fatto a tempo a sedermi che arrivò, quasi materializzandosi, un gentile signore che, un po’ in dialetto ed un po’ in italiano, mi chiese cosa volessi…mi venne istintivo chiedere un bicchiere di vino…non che fossi uso berne durante il giorno ma che cosa avrei dovuto ordinare in un posto così a pomeriggio inoltrato? Il signore sorrise compiaciuto, segno che avevo scelto bene, e sparì per riapparire in un tempo che mi parve di pochi secondi con l’immancabile vassoio di metallo a bordo rialzato “Martini” con un generoso bicchiere di vino (meno male che ero a piedi) una coppetta di patatine ed una fettina di focaccia…sì…avevo scelto decisamente bene. Tra un sorso di vino ed una patatina iniziai ad osservare gli altri occupanti di quella meravigliosa macchina del tempo sotto forma di locale…sorrisi divertito tra me e me osservando il tavolo dei giocatori di carte dove si consumava il solito rito: dopo un paio di giri in silenzio, uno dei giocatori sbottò verso il proprio compare (giocavano a coppie) incolpandolo di aver sbagliato…di rimando gli arrivò una sfilza di parole in dialetto delle quali intuii senza dubbio il senso. Gli spettatori si smossero dalle loro posizioni statiche per riaccomodarsi sulle seggiole sorridendo compiaciuti (sapevano che il vero spettacolo era quello) e poi tutta la scena si calmò e tornò il silenzio.

La mia attenzione fu tuttavia catturata da un altro tavolo popolato da alcuni uomini, tutti di una certa età e dall’aspetto dovevano essere, almeno nel mio immaginario, tutti ex pescatori, che ascoltavano uno di loro, il più anziano di tutti (almeno così sembrava) , che stava seduto vistosamente incurvato, con lo sguardo fisso nel bicchiere mezzo vuoto appoggiato sul tavolo che lui faceva girare lentamente con le mani mentre continuava a ripetere “…vi assicuro che io ero lì…l’ho visto…e l’ho visto aprire le ali e spiccare il volo insieme agli altri gabbiani…”. E mentre costui ripeteva quella frase scandendola lentamente più volte, sicuramente aiutato dal vino, gli altri attorno al tavolo scuotevano la testa guardando prima lui e poi scambiandosi sguardi tra di loro finché uno di loro disse, alzando un po’ la voce: “sei proprio un vecchio matto…ma pensi davvero che siamo così tonti da crederti? È una vecchia leggenda e niente di più…”. Al sentire quelle parole, il vecchio si scosse…i suoi occhi si infiammarono e, dopo essersi drizzato sulla sedia, tuonò “Puoi pensarla come vuoi…io ero là sulla barca vicino alla scogliera e lui era là…mi guardò per un attimo e poi volò via con i suoi gabbiani e non l’ho più visto…”.

Un attimo dopo si rimaterializzò il gestore del locale che sorridendo si avvicinò al tavolo placando gli animi per poi dirigersi verso di me, unico forestiero: “Non ci faccia caso…è una brava persona ma un po’ svitato ed è fissato con quella vecchia storia che ripete ogni giorno dopo il giusto numero di bicchieri…”. Incuriosito gli chiesi di cosa si trattasse e l’omino, sedendosi fulmineo di fianco a me, a voce bassa da vero carbonaro, mi raccontò la leggenda dell’uomo-gabbiano…una creatura leggendaria che alcuni vecchi pescatori giurano di aver incontrato in mare almeno una volta nella loro vita, ma ovviamente si tratta di una vecchia leggenda buona per spaventare i bambini…almeno quelli di una volta…per quelli di adesso ci vuole ben altro…purtroppo…Ovviamente era una leggenda, mi ripetei a mente, ma ugualmente chiesi un secondo bicchiere di vino per mettere a posto le idee, dopodiché mi decisi ad alzarmi per tornarmene a casa…ormai era ora di cena ed il rischio di caos in centro si era decisamente ridotto. Uscii con un po’ di riluttanza da quel meraviglioso rifugio ripromettendomi di tornarci quanto prima e mi incamminai deciso verso il lungomare…la serata era piacevolissima valeva la pena allungare di qualche minuto la strada. Arrivato di fronte al mare mi fermai per assaporare da un lato la solitudine e dall’altro per respirare a pieni polmoni mentre ammiravo lo spettacolo del promontorio che si stagliava nella luce incerta del dopo-tramonto. E fu in quel momento che lo vidi…o perlomeno credetti fermamente di vederlo…sulla cima del promontorio attorniato da decine di gabbiani lo vidi…lui…l’uomo gabbiano…un attimo prima era in piedi fermo sulle rocce ed un attimo dopo si stava librando nel cielo attorniato da decine di gabbiani che insieme a lui si persero nella sera. Mi riscossi di colpo e ricominciai a respirare…il cuore mi batteva forte nel petto e stavo rivivendo tutta la scena nella mia mente…eppure era lì…reale…io l’avevo visto come il vecchio dell’osteria. A quel punto provai l’irrefrenabile impulso di tornare indietro a dirlo a tutti…e così feci…al diavolo l’ora di cena…mi voltai ed a grandi passi ripercorsi la strada fatta un attimo prima per arrivare in pochi minuti davanti…ad un vecchio locale abbandonato con il cartello “vendesi” sghembo sulla porta. Credo di essere rimasto parecchi minuti (o furono secondi…o ore…non lo so più) a fissare quel vecchio locale abbandonato con il cervello che girava a vuoto cercando di acciuffare qualche pensiero ma senza successo. Ad un certo punto mi sentii chiamare gentilmente da una voce che arrivò nella mia mente da lontano per poi materializzarsi: “giovanotto…tutto bene?”. Mi scossi di colpo, era la seconda volta in poco tempo quella sera, e mi accorsi che una graziosa vecchina sorridente mi stava parlando “allora…tutto bene? Non starà mica pensando di comprare quel vecchio locale lì? Una volta…tanti anni fa quando io ero giovane…era un bel locale…si passava il tempo bevendo, mangiando, giocando a carte e chiacchierando…poi però il vecchio proprietario morì senza eredi e tutto finì…ormai è chiuso da così tanti anni che non mi stupirei se aprendo la porta cadesse tutto a pezzi. Bè…vedo che vi siete ripreso…io vado…buona serata…” E così dicendo, sempre sorridendo, si voltò lentamente e scomparve nell’oscurità dei caruggetti. Io ero riuscito a sussurrare un “buonasera” molto flebile per poi rimanere a fissare quel locale abbandonato nel quale poco prima ero entrato a bere, mangiare e chiacchierare.

E pensandoci bene…vicino al tavolo del vecchio pescatore ce n’era un altro con alcune ragazze…e giurerei che una di loro assomigliasse in modo incredibile a quella vecchina…

Il venditore di scope

Il bambino fu subito attirato dallo strano personaggio che a fatica stava avanzando nella via di casa sua, cosparsa di tante villette ognuna con il suo giardino. Era un signore di età indefinita, soprattutto per un bambino, con addosso un vecchio vestito logoro che non migliorava grazie alla giacca che ormai, logora anch’essa, nulla dava di elegante all’insieme…anzi…Quello che attirò maggiormente l’attenzione del bambino fu però la colorata selva di scope di varie fogge e dimensioni che torreggiava sulla schiena dell’omino e che provvedeva, insieme ad un borsone decisamente grande e visibilmente stracolmo di chissà quali meraviglie, ad incurvarlo ed a rallentarne l’andatura, considerato anche che il pover’uomo risultava anche claudicante. In pochi minuti passò davanti al bambino il quale, per nulla intimorito anzi incuriosito dallo strano personaggio, rimase tranquillo a fissarlo così da ricevere in cambio un bel sorriso ed un occhiolino mentre proseguiva verso le altre case. In realtà l’uomo non andò molto oltre poiché, non appena arrivato di fronte al cancelletto del giardino dei vicini, si fermò e con una velocità inaspettata aprì il cancelletto e si diresse velocemente verso la porta d’ingresso.

La scena che seguì rimase per sempre nella memoria del bambino che la visse dall’inizio alla fine impietrito a bocca aperta con il suo bel pallone in mano. L’uomo suonò al campanello ed un attimo dopo lasciò cadere dietro di sé tutte le scope, meno una, ed il borsone dal quale però si affretto a prendere un…casco ??? E ad indossarlo in modo fulmineo. Un attimo dopo si aprì la porta ed il padrone di casa si trovò davanti una via di mezzo tra un soldato ed un astronauta in quanto l’unica scopa rimasta sulla schiena di fatto si era trasformata, chissà come, in una sorta di gigantesco e strano fucile da film di fantascienza che l’uomo teneva spianato verso il padrone di casa urlando parole incomprensibili. Nello stesso istante, e lì la bocca del bambino rischiò seriamente di restare bloccata da quanto si era spalancata, il padrone di casa si trasformò in una strana creatura indescrivibile, e forse era meglio così, che urlò nella stessa lingua (???) estraendo quella che sembrava una pistola. Ma non fece in tempo ad usarla…dal fucile del venditore di scope, o chi diamone fosse, partì un raggio verde che circondò la creatura come in una bolla iniziando ad emettere una luce sempre più intensa fin quando raggio e creatura spariron. A quel punto in pochi secondi l’uomo si ricompose…casco e fucile sparirono velocemente come erano apparsi, le scope ed il borsone tornarono al loro posto e, zoppicando, lo strano personaggio abbandonò quel giardino richiudendo diligentemente il cancelletto e procedendo verso dove era arrivato e quindi ripassando davanti al bambino il quale, ancora a bocca spalancata, non riusciva né a parlare né a gridare.

Una volta raggiuntolo, questa volta l’uomo si fermo e, sorridendo bonariamente, gli disse “gran brutta faccenda quella degli Snork…prendono la forma di un umano e si insediano in una casa come niente fosse pronti a combinarne, prima o poi, una delle loro”. E nel pronunciare “una delle loro” usò un tono di voce ed un’espressione che non lasciavano pensare a nulla di buono. “Per fortuna” continuò “che ci siamo noi guardiani della Federazione che seguiamo le loro tracce e li andiamo a recuperare per riportarli sul loro pianeta…e prima o poi li riprenderemo tutti” e nel dire quest’ultima frase sorrise soddisfatto. A quel punto fece per allontanarsi ma poi si trattenne un attimo e si volto verso il bambino, che nel frattempo aveva ricominciato a respirare, e gli disse “e…acqua in bocca con tutti…mi raccomando…” e gli strizzò un occhiolino d’intesa. Il bambino trovò la forza di accennare un timido sì con la testa, al che l’uomo si volto e si incamminò soddisfatto, benché anche oggi non fosse riuscito a piazzare manco una delle sue bellissime scope. 

Il pastore

Dopo aver letto i dati presenti sul passaporto blu nelle sue mani, l’impiegato comunale allo sportello si risvegliò – o almeno così parve – dal torpore dovuto, almeno in parte, al lunedì mattina piovoso nel quale tutto il mondo in quel momento era immerso. Davanti a lui, pazientemente in attesa e sorridente, torreggiava un distinto signore sui 30 anni decisamente ben vestito e dai bei lineamenti vagamente mediorientali. Quello che aveva fatto risvegliare l’impiegato era la professione indicata sul documento…”pastore” !  Indubbiamente il completo di alta sartoria parzialmente coperto da un bellissimo cappotto in loden morbidamente adagiato sulle spalle mal si adattavano con lo stereotipo del pastore che tutti noi abbiamo.

“Signor…Joseph…” iniziò un po’ biasciando l’impiegato dando la conferma di non essersi del tutto riavuto dal suo torpore “lei quindi desidera iniziare la pratica per chiedere la residenza nel nostro paese ?”. “Sì, assolutamente…confermo” rispose con estrema cordialità il distinto signore regalando all’impiegato un sorriso piacevole e rassicurante al tempo stesso. Nei minuti che seguirono, l’impiegato illustrò tutta la procedura al curioso personaggio corredando le sue parole, via via che parlava, con vari moduli che disinvoltamente apparivano nelle sue mani quasi come in quelle di un prestigiatore.

Alla fine i due si congedarono ma mentre il distinto signore fece per voltarsi ed andarsene, l’impiegato disse “mi perdoni se glielo chiedo ma…sa com’è…qui da noi i pastori che si vedono in giro non sono certo…come dire…ben vestiti ed educati come lei…ma cosa l’ha portato qui da Israele e…soprattutto…cosa ci fa un pastore così ben vestito ?”. Il distinto signore sorrise in modo estremamente bonario e, dando chiaramente l’impressione di non volersi soffermare troppo, disse “nella mia terra al momento non c’è ancora spazio per uno come me…un pastore di anime…” e così dicendo fece un cenno del capo come saluto, si voltò e sparì nella pioggia lasciando ancora a bocca aperta l’impiegato di là dal vetro.

Provviste

I due balordi avevano dovuto abbandonare l’auto nel bosco semplicemente perché la strada forestale che avevano percorso, senza permesso ovviamente, era terminata in una piccola radura e non c’era modo di proseguire se non a piedi. Così, di malavoglia ma spronati dal fatto che sicuramente la polizia li stesse cercando, si misero in spalla gli zaini con il frutto della rapina, i fucili a tracolla e si incamminarono seguendo l’unico sentiero che si inerpicava verso l’alto. I due sapevano che da quelle parti c’era una vecchia baita che si diceva abitata da un vecchio montanaro che non si vedeva da un po’, probabilmente morto…tanto meglio…o tanto peggio per lui se fosse stato ancora vivo. Era pomeriggio inoltrato e su quel versante ormai era calata l’ombra in quanto il sole era dall’altra parte della montagna…il risultato era che stava iniziando a fare dannatamente freddo e loro ormai si trovavano distanti dall’auto, obbligati quindi a trovare la baita per non passare una spiacevole notte all’aperto.

Ci volle ancora un’ora prima che uno dei due vide il fumo di un camino da qualche parte davanti a loro…ottimo, pensò, non dovremo neanche fare la fatica di scassinarlo e cercare la legna…e magari troveremo anche una cena calda già pronta…tanto peggio per il vecchio o chi diamine fosse l’eremita che si era nascosto quassù. In poco tempo arrivarono davanti alla baita proprio mentre stava iniziando a nevicare e così senza tanti convenevoli entrarono sbattendo violentemente la porta.

L’interno era caldo ed accogliente, scarsamente illuminato da una vecchia lampada a petrolio in un angolo e dalla luce incerta ma confortante del fuoco nel caminetto. Ci volle un attimo perché vedessero il vecchio montanaro seduto in poltrona in penombra di fianco al caminetto intento a fumare la pipa. L’uomo non si era agitato più di tanto, anzi era rimasto pressoché immobile nella sua posizione e disse “avreste almeno potuto bussare, vi avrei fatto entrare comunque…”. Ci fu un attimo di silenzio irreale interrotto dalla rozza risata di uno dei due che, con fare beffardo, gli disse di rimando “Oh certo vecchio, e magari la prossima volta porteremo anche un regalino ma oggi, purtroppo per te, abbiamo solo questo” e così dicendo imbracciò il fucile puntandolo verso il vecchio, subito imitato dal suo compare che adesso aveva un’aria sorridente inebetita stampata sul volto. L’uomo seduto non si scompose, scosse leggermente la testa, inalò una generosa boccata di fumo e, brontolando, disse “voi giovani non avete proprio più rispetto per gli altri”. “Piantala vecchio !” lo interruppe il ragazzo “Non siamo qui per sentire le tue scemenze…abbiamo fame, sete e due fucili quindi alza il tuo flaccido culone e dacci da mangiare e da bere e forse non ti ammazzeremo…stasera almeno” e così dicendo si mise a ridere sguaiatamente subito imitato dal suo degno compare. Il vecchio montanaro, sempre placidamente seduto, dopo aver abbozzato un mezzo grugnito di dissenso disse, indicando un tavolo presente in quell’unica stanza, “bene, e allora sedetevi a tavola se volete mangiare”. I due, tranquillizzati in un certo qual modo da quelle parole, si rimisero i fucili e tracolla e fecero un passo verso il tavolo al quale non arrivarono mai perché il vecchio, con una velocità impensabile, raccolse da terra di fianco alla poltrona una carabina e con due colpi singoli li freddò senza lasciar loro neanche il tempo di accorgersi di cosa stesse capitando.

Un attimo dopo nella stanza si udiva solo più il crepitio della legna, interrotto dallo sbuffare del montanaro che, come ormai era abituato, iniziò a parlare da solo ad alta voce. “Uff…bene…adesso mi tocca rimettermi a lavorare ma ne vale la pena…con due così ne avrò per un po’”…e così dicendo si alzò ed inizio a spogliare i due corpi del grosso dei vestiti e degli zaini, appoggiò con cura i due fucili lontano dal fuoco per poi uscire fuori portandosi dietro trascinandoli per la caviglia uno per volta i due corpi. Dietro alla baita si trovava una porticina che dava ad una stanza che il vecchio usava come una sorta di macelleria per quando portava a casa gli animali che ogni tanto cacciava nel bosco e che venivano poi riposti nel locale ghiacciaia lì vicino. Quest’anno non era andata tanto bene ed ormai con l’inverno alle porte la ghiacciaia era vuota a metà…fino a quella sera almeno. Lasciò i due corpi nella ghiacciaia ancora vestiti…adesso ormai era tardi e lui era stanco ma domani avrebbe avuto il suo bel da fare per mettere in ordine le sue provviste per l’inverno.

Foglio bianco

Eccomi qua…l’ora è quella della prima serata (quella di una volta, s’intende, non quella di adesso che per me è prossima alla notte fonda)…tanta voglia di scrivere ma il foglio resta vuoto davanti a me e mi sento come svuotato…senza racconti nuovi nella testa (brevi mi raccomando…io sono pigro ma anche chi legge non scherza…) ma con questa voglia matta di comunicare con tutto il mondo contemporaneamente.

Fuori si sente incessante il rumore sordo e rassicurante di un essiccatoio del riso che va a pieno regime giorno e notte per mettere al riparo il prima possibile il sudato raccolto frutto di un anno di lavoro (e qui ondata mentale di racconti ad ambientazione agricola che si leggevano alle elementari…almeno noi della nostra generazione…) mentre la prima timida sottilissima falce di luna crescente incurante di tutto e di tutti è riapparsa ostinatamente nel cielo verso sud.

Avessi un sigaro sotto mano…bè…sarebbe proprio la serata giusta per andare in balcone con due dita di liquore scalda-anima a giocare con cerchi di fumo che si perdono insieme ai pensieri in mille altri pensieri affidati così per un attimo che sembra infinito all’aria della sera quasi che potessero restare sospesi nell’aria traballanti come una scultura di Calder per poi invece fondersi con l’aria stessa e scomparire per sempre. Ma intanto il foglio resta bianco e le idee non arrivano…niente da fare…e più lo guardi e più resta bianco…provi a gironzolare in rete ma niente…finiresti per scopiazzare qualcun altro sperando che nessuno se ne accorga ma in realtà quest’idea non l’hai mai avuta…ci mancherebbe…c’è già troppa gente che copia per soldi…figuriamoci farlo per passione.

Vabbè…che dire…per stasera va così…niente racconti ed il foglio resta bianco…non so cosa farò nelle prossime ore…sicuramente niente televisione che ormai non accendo più da quasi un mese (oggi ho chiesto a mia moglie, volutamente scherzoso: “chissà se si accende ancora…”) … sicuramente ascolterò musica e molto probabilmente leggerò qualcosa che altri più ispirati di me sono riusciti a scrivere magari in una serata di inizio autunno come questa…

La ruota

Emma non riusciva a distogliere lo sguardo dalla ruota panoramica che girava lentamente portando per pochi istanti le persone un pochino più vicino al cielo. Sempre ammaliata, distolse un attimo lo sguardo concentrandosi sulle persone che camminavano lì vicino per poi tornare ad osservare la grande giostra rotante. Finalmente si accorse che doveva riprendere fiato; era infatti da quando l’immagine sul libro aveva preso vita che la bimba stava trattenendo il respiro. Già, perché la scena che lei stava guardando era in realtà la foto di un bel libro grande che era andato a prendere nello studio del papà e che stava sfogliando avidamente totalmente immersa con la fantasia nelle varie finestre sul mondo che si aprivano ad ogni pagina di quel favoloso atlante turistico. Emma non sapeva dove si trovasse la ruota, dopotutto non sapeva ancora leggere…le bastavano le figure…per ora, ma quello che sapeva era che ad un tratto quella foto si era animata e lei si era trovata ad assistere a quella che era una normale scena di vita quotidiana, come se fosse affacciata ad una finestra. Mentre restava lì ammirata a guardare, si accorse che un bambino che passava di lì si fermò incrociando lo sguardo con lei…come se la stesse guardando. Emma istintivamente si ritrasse dal libro ed il bambino dall’altra parte si bloccò strabuzzando gli occhi…ormai ne era sicura…i due si stavano guardando. A chilometri di distanza Matt, con lo stesso stupore, aveva visto prendere vita la foto presente sulla copertina di una rivista di arredamento che il papà di Giada, famoso interior designer di fama internazionale, aveva realizzato proprio nello studio di casa sua…ed ora si era animata con tanto di occupante che continuava a guardare, adesso incuriosita e per niente impaurita, l’altro spettatore di questo incredibile fenomeno. Dopo alcuni secondi che ai due sembrarono interminabili, Emma fece la cosa più naturale del mondo…salutò con la manina; Matt si riscosse come da una trance serrando di colpo la bocca che era rimasta aperta fin dall’inizio e, abbastanza inebetito ma in cuor suo divertito, ricambiò il saluto, cosa questa che fece sì che i due si scambiassero subito dopo un sorriso con tutta la gioia e la serenità che solo i bambini (e pochi adulti) sanno trasmettere. “Matt ? Come on…let’s go…hurry !” Queste le parole che pronunciò il papà di Matt che nel frattempo si era avvicinato, ovviamente senza aver notato la copertina  – da perfetto adulto, e che avevano fatto sobbalzare Matt il quale, dispiaciuto, saluto quasi di nascosto quella bambina apparsa sulla copertina di una rivista per poi allontanarsi nella folla seguendo docile il genitore. Emma non aveva capito cosa avesse detto quel signore che era apparso ma aveva capito che per Matt era ora di andare…ed anche per lei, che chiuse a malincuore quel magico librone che avrebbe riaperto presto per scoprire tanti altri bambini che in altre parti del mondo l’avrebbero incontrata per condividere con lei un sorriso.

Cosa è cambiato ?

L’altra sera, quasi senza accorgermene, mi sono messo a guardare alcuni spezzoni in bianco e nero di Govi (ma avrebbe potuto essere Totò, Eduardo, Macario, ecc) e mi sono sorpreso divertito, inevitabilmente, ma anche molto nostalgico e mi sono chiesto: di cosa sono nostalgico ? Del fatto che ero bambino e spensierato quando i miei genitori me l’hanno fatto conoscere ? Della comicità sana e schietta senza volgarità “di una volta” ? Del fatto che fossero tutti ben vestiti ed educati ? Probabilmente un insieme di tutte queste cose ed allora mi sono domandato “ma cosa è cambiato in 50 anni  ???”. Non è passato così tanto tempo per un cambio a livello genetico stile Darwin né tantomeno sono passate così tante generazioni da “annacquare” certe cose…pur tuttavia qualcosa è sicuramente cambiato…basta guardarsi attorno (per non parlare del palinsesto televisivo, e non ne voglio parlare per forza in senso negativo…i tempi cambiano dopo tutto) per accorgersi di un modo completamente differente di affrontare la vita in tutte le sue sfaccettature, dalle cose più semplici ed apparentemente secondarie fino ad arrivare alle questioni più gravose. Sicuramente i nostri genitori/nonni hanno passato epoche di guerre che non si augurano a nessuno che gli hanno fatto sicuramente alzare l’asticella di quello che possa venir reputato un vero problema rispetto ad una “pinzellacchera” e sicuramente un ruolo importantissimo lo sta avendo l’uso (e soprattutto l’abuso) “sfrenato” della tecnologia oltre ad ogni ragionevole limite…e siamo solo agli inizi…(e chi parla è un informatico dall’inizio degli anni ’80). Potremmo continuare a cercare altri elementi ma alla fine della mia riflessione io credo che la questione veramente cardine sia che cerchiamo sempre all’esterno le motivazioni e le colpe quando basterebbe guardarsi dentro e ricordarci che qualunque (qualunque !) cosa facciamo e che ci capita la scegliamo noi e nessun altro. Allora sicuramente capiremmo tutto e smetteremmo anche di cercare di costruire delle copie di noi stessi per poi finire per colpevolizzarle come facciamo con noi stessi…ma da qui in poi lascio la parola all’inarrivabile Isaac Asimov ed ai suoi robot…più umani degli umani…

L’ultimo tuffo

“Dai mamma per favore, ancora un tuffo…dai…l’ultimo…per favore…” diceva frignando disperato il bambino sul moletto cercando invano di mercanteggiare con la mamma ormai stufa del suo ennesimo ultimo tuffo. “Adesso basta Luigi !” – tuonò implacabile la madre – “è ora di andare via, devo ancora fare tante commissioni e c’è ancora la cena da preparare…vieni via…forza!”. Luigi rimase per un attimo sospeso tra l’estrema ribellione e l’ipotetica scelta della pena nella quale sarebbe sicuramente incorso…decise di cedere a sua madre…almeno per quella volta…ma domani…bè…domani si vedrà.

Il vecchio si riscosse come da uno stato di trance ricominciando a sbattere gli occhi che erano rimasti vitrei e fissi a guardare dall’alto quel moletto dove tanti anni prima  si era trovato più volte a fronteggiare sua madre cercando sempre di mercanteggiare un tuffo in più. Una lacrima di commozione gli scese veloce lunga la guancia provocandogli comunque un sorriso malinconico mentre da quel moletto con la mente tornò al giorno in cui sua mamma prematuramente morì, investita da un pirata della strada rimasto impunito che la falciò sotto i suoi occhi di quindicenne all’uscita dal panettiere in un giorno come tanti. Quel giorno segnò anche l’inizio del calvario di Luigi che per tre anni fu sballottato da un parente ad un altro – il padre se ne era andato anni prima abbandonando lui e sua madre – fino a quando al compimento della maggiore età aveva iniziato a lavorare ed a vivere da solo…e solo era rimasto per tutta la vita…troppo forte e doloroso era il ricordo della vita che aveva dovuto condurre sua madre. Ma adesso aveva preso una decisione…in un caldo pomeriggio di agosto – decisamente molto caldo – si era inerpicato per un vecchio sentierino che portava ad un punto panoramico poco conosciuto ai più da dove si godeva un panorama fantastico e da dove soprattutto si vedeva molto bene il famoso moletto dei suoi giochi estivi infantili. Durante la salita ad un certo punto si era sentito male ed aveva avuto un mezzo mancamento, tant’è che aveva dovuto fermarsi per un po’ seduto su una pietra più o meno all’ombra risicata di un albero vecchio come lui che come lui non voleva arrendersi alla vita. Ma adesso era lì, in piedi, a scrutare ora l’orizzonte ed ora il cielo, lanciando poi ogni tanto uno sguardo al moletto. E poi di colpo si lanciò come per spiccare il volo e per un breve istante ebbe la netta sensazione di potersi librare nell’aria come un gabbiano ispirando la salsedine che arrivava dal mare ma…fu l’impressione di un attimo…un secondo dopo stava precipitando  ma lui era sereno, addirittura sorrideva ed un attimo prima della fine della corsa pensò “Eccomi mamma, adesso ho fatto davvero l’ultimo tuffo e vengo subito da te”.

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